La metà delle patatine fritte confezionate immesse sul mercato italiano contiene valori di acrilammide superiori alla soglia suggerita dalle linee guida stilate dall’EFSA, l’Agenzia europea per la sicurezza alimentare. A rivelarlo è stato un recente studio condotto dai ricercatori dello Studio Abr, coordinato da Elga Baviera e Sabina Rubini.
Le biologhe hanno analizzato 6 campioni di patatine confezionate di varie marche. I prodotti sono stati scelti a caso tra gli articoli in vendita nei supermercati italiani. Dall’analisi effettuata presso il laboratorio della Camera di Commercio Riviere di Liguria purtroppo è emerso che 3 marche di patatine su 6 sforano i limiti di acrilammide consigliati, fissati a 600 mcg/kg.
Si tratta dei prodotti Amica Chips Eldorada, Crocchias classiche terranica e Carrefour classiche. Nelle Lays classiche senza glutine, Patasnack classica senza glutine e San Carlo 1936 i valori di acrilammide rilevati dalle biologhe rientrano invece nei limiti raccomandati dalle autorità sanitarie europee.
Acrilammide: una sostanza potenzialmente cancerogena
Questa sostanza è ritenuta potenzialmente cancerogena e si trova in concentrazioni più elevate negli alimenti fritti, cotti al forno o grigliati. Sono proprio le alte temperature a innescare la formazione dell’acrilammide, a seguito di reazioni chimiche che coinvolgono gli zuccheri e le proteine contenenti grosse quantità di asparagina.
Diversi studi hanno riscontrato una relazione pericolosa tra la sostanza, il suo prodotto metabolico noto come glicidammide, e processi neurotossici, genotossici e cancerogeni.
Altri alimenti che possono contenere acrilammide sono i biscotti, i pasticcini e tra le bevande il caffè. Un altro studio svolto di recente ha invece “assolto” le patatine fritte a bastoncino pronte al consumo.
Biologi: limiti vincolanti per tutelare consumatori
Le ricercatrici italiane precisano che i prodotti indicati sono a norma e possono rimanere in commercio, perché le autorità europee non hanno fissato tetti obbligatori per l’acrilammide ma solo consigliato ai produttori di non sforare i 1.000 mcg/Kg.
Gli esperti invocano norme più rigide e vincolanti da parte dell’UE per tutelare i consumatori anche dai potenziali rischi per la salute e da sostanze i cui effetti sono ancora poco noti.
Nel frattempo i biologi chiedono ai produttori di proteggere i consumatori, intervenendo sui processi di cottura per ridurre la formazione della sostanza potenzialmente cancerogena. Alcuni accorgimenti da adottare suggeriti dagli esperti sono il cambio frequente dell’olio della frittura e un maggiore controllo del punto di fumo.
Fonte: Adnkronos Salute
Foto: via Pixabay

